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lunedì 28 marzo 2011

Video Marco Travaglio - L'informazione delle denunce anonime - 31/08/2009

L'informazione delle denunce anonime - 31/08/2009




"Buongiorno a tutti.
Io penso che quando si assume un picchiatore poi non ci si può meravigliare se quello picchia e domandarsi se il picchiatore assunto ha avuto un mandato diretto sugli obiettivi da picchiare, oppure se se li sceglie lui pensando di compiacere il padrone, penso sia abbastanza indifferente.
Vittorio Feltri è stato riassunto da Silvio Berlusconi, non da Paolo Berlusconi che è l'editore finto, l'editore pro forma per aggirare la legge Mammì: voi sapete che se dovesse essere vero che Silvio è il vero... il mero proprietario, come direbbe la legge Frattini, del Giornale dovrebbe perdere tutte le concessioni televisive perché la legge Mammì punisce ogni violazione di sé medesima con la revoca e lo spegnimento delle televisioni. Ecco perché l'escamotage di Paolo Berlusconi, ma ancora una volta come già ai tempi della cacciata di Montanelli e dell'assunzione di Feltri pure stavolta il direttore del Giornale è stato deciso da Silvio e non da Paolo, come lo stesso Feltri ha confessato bellamente – ormai le fanno allo scoperto queste porcherie – in una conferenza a Cortina.

Feltri il pestatore
Quindi, il direttore del giornale di Berlusconi scelto da Silvio Berlusconi, anche se Il Giornale risulterebbe essere di Paolo, è stato scelto per picchiare. Non che i precedenti non picchiassero, ma evidentemente è una questione di peso specifico del randello: Feltri ha un randello dal peso specifico più imponente. Probabilmente se Mario Giordano – è inutile aggiunga un'aggettivazione – avesse fatto la stessa operazione se ne sarebbero accorti in pochi proprio perché il peso specifico di chi mena è importante. Quando mena Feltri fa più rumore di quando mena chiunque altro, figurarsi un Giordano; quindi Feltri viene assunto per queste caratteristiche.
Mentre un altro ex direttore del Giornale, Belpietro, viene punito con la mancata promozione a direttore del Tg1 perché ritenuto non incapace di picchiare, ma poco appassionato alla battaglia degli ultimi mesi che Berlusconi ha ingaggiato contro quei pochi giornali che si sono occupati dei suoi scandali e che quindi sono diventati improvvisamente i giornali che fanno una campagna contro Berlusconi: in realtà sono giornali che raccontano fatti e fanno domande, come Repubblica, anche se personalmente avrei preferito qualche domanda in più fra i rapporti epistolari fra Provenzano e Berlusconi e magari qualche domanda in meno sulle ragazze. Non che le ragazze, le prostitute, le minorenni, non abbiano una rilevanza, ci abbiamo dedicato pure un libro, ma c'è anche di peggio.
Feltri si installa al Giornale e comincia a fare il suo mestiere, quello di sempre: picchiare. Picchiare chi? Solo ed esclusivamente quelli che lui ritiene essere i nemici di Berlusconi. Naturalmente l'uomo ha una certa età quindi non ha una grande dimestichezza con il calendario, infatti pesta alcuni obiettivi sui quali si va sul sicuro, De Benedetti, la famiglia Agnelli – tanto gli Agnelli sono tutti morti a parte Margherita, a pestare i morti il rischio è zero. Pesta gli Agnelli per instaurare il teorema secondo cui l'Avvocato era peggio del Cavaliere dunque il Cavaliere è buono, come se nell'ipotesi, trovando un altro ladro, lo metti vicino al ladro tuo e dici: “visto che c'è anche un altro ladro allora il mio è meno ladro”. In realtà abbiamo due ladri, non è che un ladro cancella l'altro: un ladro in più si assomma a quello precedente. Lo stesso vale per tutta questa campagna contro i cosiddetti moralisti: se si scopre che ci sono dei moralisti immorali vuol dire che abbiamo più gente immorale di quella che pensavamo, non vuol dire che visto che il direttore dell'Avvenire sarebbe immorale allora Berlusconi è più etico. Semmai abbiamo due sporcaccioni invece di uno, ammesso e non concesso che si possano usare queste espressioni.
Ma, tornando a bomba, Feltri comincia a menare De Benedetti – va sempre bene, gruppo Repubblica-Espresso, l'unico gruppo che non gli appartiene anche se lui gli ha portato via la Mondadori ma è rimasto qualcosa nelle mani di De Benedetti, Repubblica, l'Espresso e i giornali locali – gli Agnelli per fare l'equazione, i Moratti – addirittura un giorno Feltri se la piglia coi fratelli Moratti anche se uno dei due è marito della sindaca Letizia. Sempre così, perché la sua teoria è molto raffinata: il più pulito c'ha la rogna. Ma non vuol dire “allora mandiamoli a casa tutti”, vuol dire “allora Berlusconi è un santo”, questo è lo strano modo di ragionare che lui ha.
A un certo punto picchia anche Enrico Mentana, che è stato per anni un giornalista molto potente, è stato il direttore del Tg5: criticarlo quando era potente poteva avere un senso, all'epoca tutti zitti. Adesso che l'hanno cacciato da Canale5, adesso che non trova un posto di lavoro pur essendo indubitabilmente il miglior direttore di telegiornale che l'Italia ha avuto negli ultimi quindici anni – poi uno può opinare sui comportamenti, su certe paraculaggini, ma è uno che ha messo in piedi un telegiornale nuovo creato da zero – adesso che ha avuto un'offerta da La7, adesso che Berlusconi ha bloccato quell'offerta di La7 perché lui mette il naso anche nelle pochissime televisioni che non sono sue o che non controlla, allora tutti a dargli a Mentana, infatti l'altro giorno il Giornale ha dato una bella randellata anche a Mentana raccontando la balla che questo stare brigando per diventare direttore del Tg3. Figuratevi, Mentana è tutto fuorché uno stupido, andarsi a infilare in questa guerra civile fra Franceschini e Bersani, che poi combattono per conto di D'Alema e Veltroni, sarebbe semplicemente impensabile per un uomo astuto come lui, ma in ogni caso botte a Mentana.
E da ultimo botte a Ezio Mauro, direttore di Repubblica, e soprattutto al direttore dell'Avvenire, due direttori a caso: il direttore del giornale che quotidianamente da mesi fa le domande a cui Berlusconi non risponde per il semplice fatto che non può rispondere, e il direttore dell'Avvenire che, dopo avere fiancheggiato spudoratamente, biecamente il Berlusconismo, dopo aver taciuto per anni e anni di fronte a tutte le vergogne, i rapporti con la mafia, le corruzioni dei giudici, le corruzioni della Guardia di Finanza, i fondi neri, le evasioni fiscali, le leggi vergogna... vi ricordate che cosa scriveva il direttore dell'Avvenire, o che cosa non scriveva, mentre l'Italia veniva massacrata sul piano della legalità, della Costituzione, del conflitto di interessi, delle leggi canaglia, all'improvviso ha scoperto che Berlusconi, forse, dovrebbe darsi una regolata e c'è voluto questo sventolio di mutande, slip e reggiseni per farlo destare dal lungo letargo. Figuratevi se stiamo parlando di un antiberlusconiano militante: stiamo semplicemente parlando di un tizio che, dirigendo un giornale cattolico, evidentemente era inondato di mail, lettere, telefonate di lettori che dicevano “ma non dite niente nemmeno di fronte alle puttane?” e al puttaniere soprattutto, perché le puttane fanno un mestiere nobilissimo rispetto a quello del puttaniere.
A quel punto è stato costretto a mettere un paio di aggettivi: Dino Boffo è colpevole di un paio di aggettivi e un sostantivo: “più sobrietà, Cavaliere”, scrisse in un durissimo articolo e un'altra volta raccomandò una migliore corrispondenza fra i comportamenti privati e le proclamazioni pubbliche, per questo è stato randellato.
Pecorellismo della peggior specie
Devo dire: l'unico che, secondo me personalmente, non merita la solidarietà che sta ricevendo in questi giorni è proprio il direttore di Avvenire perché il fatto che abbia patteggiato una pena per aver molestato una tizia che era la compagna di un tizio col quale lui stava – questa è la vicenda come pare sia stata ricostruita dai giudici di Terni – è vero. Questa circostanza è vera, quindi il Giornale ha scritto una cosa vera. Perché, secondo me, il fatto che il Giornale abbia scritto una cosa vera è anche un fatto molto preoccupante e che giustamente ha fatto insorgere molti giornalisti italiani, molti politici italiani, me compreso? Boffo patteggia questa pena pecuniaria, stiamo parlando di un reato bagatellare, adesso forse sarebbe incappato nel reato di stalking con delle pene più alte ma all'epoca se l'è cavata con una multa, credo, di 500 euro perché diceva delle cosacce nel tentativo – questo mi pare di aver capito dalla ricostruzione – di allontanare questa donna da un tipo che interessava a lui. Il fatto preoccupante di questa campagna di Feltri non è il fatto che abbiano scritto la verità o la menzogna, perché hanno scritto il vero, questa sentenza esiste, girava voce che esistesse da diversi mesi, nelle redazioni dei giornali, perché erano arrivate molte lettere anonime. Soprattutto, se quando viene emessa una sentenza i giornali la raccontassero, a quel punto nessuno avrebbe nulla da obiettare: “ieri è stata emessa una sentenza, il Dott. Boffo ha patteggiato”, naturalmente le si da l'importanza che ha. Quando uno patteggia una multa per avere fatto delle telefonate e non è il Presidente della Repubblica è ovvio che la notizia va a finire in una pagina interna di un giornale, non va a finire in prima pagina.
Perché se poi dovesse succedere al Presidente della Repubblica dove la metti la notizia? Se poi dovesse succedere al Presidente del Consiglio? Ah no giusto, essendo il Giornale se dovesse succedere al Presidente del Consiglio non la metterebbero.
In ogni caso è chiaro che lo spazio dato alla notizia con il bis a pagina 3, e i tempi cioè anni e anni dopo che questa notizia era uscita dal Tribunale di Terni significa che c'è una gestione della notizia, significa: “io so questa notizia, me la tengo, vediamo come si comporta Boffo. Se Boffo si comporta bene col mio padrone io la notizia non la do, se invece dovesse scrivere anche un solo aggettivo critico nei confronti del mio padrone allora io lo sputtano”. Questa non è informazione, questo è O.P., pecorellismo della peggior specie. Peraltro il povero Pecorelli poi è stato ammazzato perché comunque qualche notizia la pubblicava, e che notizie, ed è morto povero tra l'altro, rispetto a certi figuri che abbiamo oggi in circolazione nel nostro mestiere andrebbe anche un po' riabilitato.
Gli avversarsi di Papi e Feltri
Vi leggo, perché voi capiate la gravità di quel che è successo, un brano. Dice Feltri: “Quando la politica si trasforma e si svilisce scadendo nel gossip – questo sarebbe lo scandalo di quest'estate: il gossip -, quando gli addetti all’informazione si rassegnano a pescare sui fondali del pettegolezzo spacciando per notizie le attività più intime degli uomini e delle donne, - pensate, una prostituta che ha la registrazione di un suo rapporto col presidente del Consiglio a Palazzo Grazioli, nel lettone di Putin e che finisce subito dopo nelle liste elettorali del Popolo della Libertà alle elezioni comunali di Bari è gossip, secondo lui - fatalmente la vita pubblica peggiora e riserva sorprese cattive. E se il livello della polemica è basso, prima o poi anche chi era abituato a volare alto – cioè Feltri! -, o almeno si sforzava di non perdere quota, è destinato a planare per rispondere agli avversari.”.
Ecco: che cosa sarebbe gli avversari? Quali sarebbero gli avversarsi di un giornalista? Questo signore forse non ha capito bene la differenza che c'è fra se stesso e Berlusconi, lui teoricamente sarebbe un giornalista, Berlusconi teoricamente sarebbe un uomo politico che ha degli avversari. Pensate a cosa è stata degradata la nostra professione nelle mani di cerca gente... gli avversari! Gli avversari sarebbero quelli di Repubblica che scrivono le notizie, a mano a mano che le hanno, non che se le tengono per anni per poi spararle addosso a chi si comporta male.
“Mai quanto nel presente periodo si sono visti in azione tanti moralisti, molti dei quali, per non dire quasi tutti, sono sprovvisti di titoli idonei. Ed è venuto il momento di smascherarli. Dispiace, - Feltri è dispiaciuto, è contrito, sta lacrimando come la madonnina di Civitavecchia però il dovere lo chiama, è in missione per conto di Dio come i Blues Brothers - ma bisogna farlo affinché i cittadini sappiano da quale pulpito vengono certe prediche. Cominciamo da Dino Boffo, 57 anni, di Asolo, da parecchi anni direttore del giornale cui accennavamo sopra (cioè il cattolico Avvenire)...”.
L'espressione più preoccupante di tutto l'articolo è “cominciamo da Dino Boffo”, vuol dire “noi abbiamo un sacco di roba su molti giornalisti moralisti, la teniamo nel cassetto e ogni tanto ne spariamo una. Come arrivino queste notizie, chi le fornisca, di quale provenienza sono non lo sappiamo. Io personalmente quando ricevo una notizia verifico se è vera e poi la do subito; non sono abituato a fare articoli scrivendo “cominciamo”... cosa vuol dire, che c'è un elenco? Vuol dire che ci sono dei dossier? Che uso viene fatto dei Servizi Segreti? Non dimentichiamo che siamo il Paese di Pio Pompa, attualmente sotto processo a Roma insieme al generale Pollari per avere dossierato, spendendo peraltro denaro pubblico, giornalisti, uomini politici, imprenditori, cardinali ritenuti pericolosi non per lo Stato ma per Berlusconi, per la persona di Berlusconi.
Il magistrato apre un indagine? E' un nemico di Berlusconi, quindi lo spiamo. Un giornalista si occupa di Berlusconi? E' un nemico di Berlusconi quindi lo spiamo. Nell'elenco c'era anche la mia misera persona, tanto per dire.
Da dove viene la “nota informativa”?
“Cominciamo” scrive minaccioso Vittorio Feltri. L'altro passaggio preoccupante è quello che si legge a pagina 3 nella cronaca del giornalista del Giornale, Gabriele Villa, che si occupava della pagina del golf ai tempi di Montanelli, adesso evidentemente l'hanno promosso alla giudiziaria ma devo dire si intende molto più di golf, a leggere quello che scrive. Villa, dopo avere scritto una frase che vi devo leggere perché è meravigliosa: “le chiacchiere non bastano a crocifiggere una persona, o meglio bastano, sono bastate solo nel caso di due persone: Gesù Cristo per certi suoi miracoli e più recentemente Silvio Berlusconi per certi suoi giri di valzer con signore per la verità molto disponibili”. Cioè due persone, nella Storia, sono state crocifisse: Gesù Cristo e Silvio Berlusconi, scrive Gabriele Villa sul Giornale restando serio. Questi riescono a restare seri anche quando scrivono queste amenità.
“Ma torniamo alle tentazioni, in cui è ripetutamente caduto Dino Boffo e atteniamoci rigorosamente ai fatti, così come riportati nell'informativa”.
Ecco, questo collega... diciamo questo iscritto all'albo dei giornalisti, cita una “nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore, disposto dal GIP del Tribunale di Terni il 19 agosto del 2004". State attenti alle parole perché è fondamentale: “nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore” quindi c'è il rinvio a giudizio di Boffo nel 2004, al rinvio a giudizio c'è allegata una nota informativa che lo spiega. Di chi è? Del magistrato naturalmente, cos'è che può accompagnare un atto di un GIP? Un altro atto di un giudice o magari della Polizia Giudiziaria che ha fatto le indagini.
“Copia di questi documenti da ieri è al sicuro in uno dei nostri cassetti e per questo motivo, visto che le prove in nostro possesso sono chiare, solide e inequivocabili, abbiamo deciso di divulgare la notizia”. Cioè lui vuole farci credere che la roba gli era arrivata il giorno prima.
Poi aggiunge: “A onor del vero, questa storia della non proprio specchiata moralità del direttore del quotidiano cattolico, circolava, o meglio era circolata a suo tempo, per le redazioni dei giornali... Ma le chiacchiere non bastano a crocifiggere una persona. O meglio bastano” solo per Gesù Cristo e Silvio Berlusconi.
E quindi ecco la citazione dell'informativa: «...Il Boffo - si legge - è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione. Rinviato a giudizio il Boffo chiedeva il patteggiamento e, in data 7 settembre del 2004, pagava un'ammenda di 516 euro, alternativa ai sei mesi di reclusione. Precedentemente il Boffo aveva tacitato con un notevole risarcimento finanziario la parte offesa che, per questo motivo, aveva ritirato la querela...». La signora in questione era stata risarcita.
Si va un po' più avanti e si dice: “nell'informativa si legge ancora che della vicenda, o meglio del reato, commesso e delle debolezze ricorrenti di cui soffre e ha sofferto il direttore Boffo “sono indubbiamente a conoscenza il Cardinale Camillo Ruini, il Cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori” i vertici della Cei e il Cardinale di Milano.
Da questo scampoletto di prosa noi apprendiamo che c'è un'informativa giudiziaria o poliziesca nella quale si legge che Boffo “noto omosessuale” era “attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni”. Sarebbe un ben triste Paese quello in cui la Polizia attenzionasse le persone perché sono omosessuali. Cioè scopro che uno è omosessuale e faccio un rapporto. Ma quando io ho letto questo articolo ho pensato: vedi mai che questo tizio sia stato identificato dalla Polizia durante un blitz a qualche festino? Quando succede così, quando magari uno viene fermato in macchina con qualcun altro poi viene registrato il suo nome e finisce negli archivi di Polizia.
Quindi è importante sapere cos'è questa informativa. Bene, io ve ne ho letto un brano, oggi il Corriere della Sera pubblica un documento che dice così: “Il dott. Dino Boffo, come da abstract al retro, è stato condannato con sentenza definitiva a un patteggiamento e un'ammenda per molestie... la condanna è stata originata da più comportamenti posti in essere da Boffo... è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni...” ah! Riprendiamo il Giornale: “il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni”. Identico.
“...destinataria di telefonate sconcie e offensive...” mh... “destinataria di telefonate sconce – qui non c'è la “i” per fortuna – e offensive”. “...e di pedinamenti volti a intimidirla onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo aveva una relazione omosessuale”. Qui c'è una sintesi, il Giornale dice “noto omosessuale, già attenzionato dalla Polizia di Stato, per questo genere di frequentazioni”
E cosa dice questo documento pubblicato dal Corriere della Sera questa mattina? “Il Boffo, noto omosessuale, già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni”. Mh!
Sembrerebbe che i documento pubblicato oggi dal Corriere della Sera e la cosiddetta informativa allegata alla sentenza di Terni siano la stessa cosa, anche perché nell'informativa pubblicata dal Giornale si legge a un certo punto che di tutto ciò “sono indubbiamente a conoscenza il Cardinale Camillo Ruini, il Cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori”. E cosa dice questo documento? Che “sono indubbiamente a conoscenza il Cardinale Camillo Ruini, il Cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori”.
Allora diventa importante cos'è il documento che pubblica il Corriere questa mattina: un'informativa della Polizia allegata all'ordinanza di rinvio a giudizio del giudice di Terni? Quindi un documento ufficiale della magistratura o della Polizia in possesso del Giornale che l'ha messo al sicuro nel suo cassetto? No, è una lettera anonima.
E' una lettera anonima che, con il titolo “Riscontro a richiesta di informativa di Sua Eccellenza” non ha nessuna intestazione, non si sa chi l'abbia mandata ma è arrivata, nei mesi scorsi, a una serie di Cardinali e Vescovi italiani molto più lunga di quei tre che sono citati. Del resto, lo faceva notare ieri Repubblica: come può un'ordinanza di rinvio a giudizio nella quale il giudice scrive “dispongo il rinvio a giudizio del Dott. Boffo per molestie” nei confronti della tizia, cioè dispongo che il Dott. Boffo venga processato per questa ipotesi di reato. Il rinvio a giudizio non è una sentenza di condanna, ma un'ordinanza che dispone il giudizio a carico di una persona indiziata di un reato, poi il giudice stabilirà se quel reato l'ha commesso o no. Poi il processo non c'è stato perché Boffo ha patteggiato e risarcito la vittima. Come può il rinvio a giudizio essere accompagnato da una nota informativa nella quale c'è scritto che Boffo è stato condannato alla pena dell'ammenda a 516 euro? Sono due fasi diverse: il rinvio a giudizio viene prima, la sentenza di condanna o il patteggiamento vengono dopo. E come può allora un rinvio a giudizio essere accompagnato da una nota in cui già c'è scritto come va a finire la storia, cioè che l'imputato è stato condannato, con i verbi al passato? E' evidente che i documenti non possono essere coevi: uno è stato scritto prima l'altro è stato scritto dopo, infatti abbiamo visto che il secondo è stato scritto da un anonimo, non da un giudice, e non c'è nessuna intestazione, mentre nella sentenza c'è l'intestazione.
Nella lettera anonima che è stata spedita a molti Cardinali importanti del Vaticano, per cercare di far fuori Boffo probabilmente perché si era permesso di invitare timidamente alla sobrietà il Presidente del Consiglio, c'era anche la sentenza: era lì che i documenti erano allegati.
Cosa ha fatto il Giornale? Ha pubblicato la sentenza, fatto vero, e l'ha accompagnata con una serie di frasi volutamente ambigue facendoci credere che di Boffo o i giudici o qualcuno che accompagna il loro rinvio a giudizio scrivono che è un “noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni”, cioè che è un habitué degli ambienti omosessuali e che la Polizia non fa altro che attenzionarlo perché è meglio tenerlo d'occhio.
Se questo facesse parte di un verbale di Polizia o magistratura sarebbe un atto ufficiale da mettere nel cassetto, ma se è una lettera anonima come può essere pubblicata su un giornale senza la minima verifica, spacciata addirittura per un documento allegato a un atto giudiziario, mentre è stato allegato a un atto giudiziario nella busta anonima che ha raggiunto i Cardinali ed evidentemente anche il Giornale.
Il Giornale oggi tenta di sistemare la faccenda, dicendo: “La patacca c'è ma è di Repubblica. Così Boffo ha patteggiato le molestie, ecco il documento”. Ma nessuno ha mai messo in dubbio che Boffo abbia patteggiato la pena, nemmeno Boffo ha potuto negare di avere patteggiato la pena, è inutile pubblicare la sentenza. Questo è il casellario giudiziale dove risulta, appunto, che Boffo ha patteggiato e c'è “Procura della Repubblica presso il Tribunale...” con tutti i crismi del caso.
Pubblichino l'informativa, se hanno il coraggio. Quella che loro chiamano informativa e che in realtà è qua sul Corriere di oggi, è la lettera anonima che è stata spacciata per un'informativa.
Un linciaggio preoccupante
Questo è il caso. Naturalmente sarebbe bene se il direttore dell'Avvenire non avesse questi scheletrucci nell'armadio perché è ovvio che ci si può difendere meglio da certe aggressioni se certe aggressioni non sono vere. A me l'anno scorso è capitato un caso, tra l'altro con D'Avanzo il quale ha sbattuto in prima pagina su Repubblica le mie “vacanze a spese della mafia”. Fortunatamente io non ho mai preso una lira, nemmeno un euro, dalla mafia o da amici della mafia, le mie vacanze me le son sempre pagate da solo. Ho tirato fuori gli assegni e l'ho dimostrato.
Purtroppo qua... è quello che dicevo all'inizio: è una persona abbastanza indifendibile perché comunque le molestie se le ha patteggiate ci sono state, e non credo che siano compatibili col direttore di un giornale cattolico, il giornale dei Vescovi italiani, che oltretutto si è segnalato in questi anni per una forsennata campagna contro i diritti degli omosessuali, delle coppie omosessuali. Anche qui, è evidente che il privato diventa pubblico quando si vuole negare agli altri comportamenti che invece si tengono in proprio.
A me dispiace, perché sicuramente questo è un linciaggio, mi preoccupa la modalità del linciaggio, “abbiamo le notizie e le spariamo fuori al momento opportuno. Statevi tutti accorti perché questo è il primo della lista e seguiranno gli altri”, questo è il significato. Questo è squadrismo, naturalmente: ne picchiamo uno per educarne cento. Però, forse, sarebbe il caso che ci si facesse trovare un po' meno impreparati e un po' meno vulnerabili di fronte a certe campagne, perché purtroppo l'unica cosa che non si può dire è che la sostanza della sentenza fosse vera e che quel patteggiamento non sia molto commendevole per il direttore del giornale dei Vescovi.
Questo mi sentivo di dire, prepariamoci perché la lista è lunga e, ancora una volta, vi invito – ormai il count down è cominciato – ad abbonarvi al “Fatto Quotidiano” andando su antefatto.it dove commenteremo via via che questo imbarbarimento della campagna di stampa contro gli avversari procederà, e di aspettarci. Ormai mancano veramente pochi giorni, il 23 settembre saremo nelle edicole con “Il Fatto Quotidiano”. Passate Parola."

sabato 26 marzo 2011

Video Marco Travaglio - RAI: la voce del padrone - 20/04/2009

RAI: la voce del padrone - 20/04/2009




trascrizione audio per utenti non udenti :

Buongiorno a tutti, oggi dirò pochissime cose di mio: oggi vorrei fare Indro Montanelli, nel centenario della sua nascita. Montanelli è nato a Fucecchio il 22 aprile del 1909, quindi anche se se è morto nel 2001 ha molte cose da dirci. Anzi, molte cose le ha dette quando molte belle addormentate nel bosco, molti di quelli che non vogliono vedere, molte Alici del Paese delle Meraviglie, molti servi, molti killer non vedevano e non volevano vedere quello che, in realtà, era visibile fin dal 1994, quando nella politica italiana irruppe un imprenditore che non sa cosa sia la democrazia, non sa cosa siano le idee e il confronto, ma sa soltanto che cosa siano gli interessi.
Nel 2004 ho scritto un libro che, più che altro, diciamo che è scritto da Montanelli nel senso che era un’amplissima antologia di tutte le cose che lui ha scritto e detto a proposito di Berlusconi e della storia del suo rapporto con Berlusconi, iniziato nella metà degli anni 70 quando il Cavaliere acquistò una quota prima di minoranza e poi, infine, di maggioranza nel giornale che Montanelli aveva fondato come cooperativa tra giornalisti.
Rapporto che fu tormentato, ma resse tra polemiche, pressioni e resistenze, però nella quasi normalità di un rapporto tra un editore, molto già implicato con la politica e un direttore che la politica del suo giornale la voleva fare giustamente lui.
Resse fino a quando dentro la politica direttamente non entrò Berlusconi e, in quel momento, esplose il dissidio che poi culminò nel distacco e nell’andar via di Montanelli, dopo una famosa irruzione del Cavaliere l’8 gennaio del 1994 nella redazione de Il Giornale, di cui tra l’altro non era più neanche l’editore, perché l’aveva dovuto girare a suo fratello per rispettare almeno formalmente la legge Mammì, che stabiliva un’incompatibilità tra il possesso di televisioni e il possesso di giornali. Vorrei parlare, anzi far parlare di Montanelli: l’ho fatto in questo libro, “Montanelli e il Cavaliere” nel 2004, adesso l’ho ripubblicato perché non pensavo, ma da quando è morto, ossia nel 2001, moltissimi hanno continuato a occuparsi di lui; per fortuna moltissimi continuano a comprare i suoi libri, pensate che Montanelli continua a vendere all’anno 100. 000 copie circa dei suoi vari libri pubblicati da Rizzoli o ripubblicati da Rizzoli: vende più lui da morto che quasi tutti i giornalisti da vivi.
Appropriazione indebita di Montanelli
L’ho ripubblicato con un nuovo saggio introduttivo, perché non pensavo, ma in questi anni da quando Montanelli è morto si è continuato a parlare di lui con appropriazioni indebite, tentando di annetterlo a questa o a quella parte e questa è stata una delle operazioni vergognose che ho voluto smontare in questa nuova edizione del libro, che è pubblicato da Garzanti. L’altra operazione vergognosa è lo sputo sulla tomba: persone che non si erano mai azzardate a parlarne male da vivo, quando lui poteva rispondere e sappiamo come rispondeva, hanno cominciato a parlarne male da morto, pur potendolo fare anche quando era vivo e mi riferisco a alcuni sedicenti studiosi, che hanno voluto addirittura mettere in dubbio, in alcuni sedicenti saggi, che Montanelli fosse stato condannato a morte dai nazisti e avesse rischiato la fucilazione, se non fosse fortunosamente riuscito a fuggire. Quindi anche su quello ho fatto un po’ di ricerche storiche per andare a vedere la verità su quello che è successo nel 1944/45 nel carcere di Gallarate e nel cercare di San Vittore, dove Montanelli era recluso con la sua prima moglie colpevole di antifascismo, ossia colpevole di essere sempre contro il fascismo dal momento in cui il fascismo aveva raggiunto l’apice della sua popolarità: non dimentichiamo che Montanelli comincia a abbandonare il fascismo quando tutti corrono sul carro del vincitore, dopo l’impresa di Abissinia durante la Guerra di Spagna, esattamente come sarà poi contro il conformismo democristiano e bigotto degli anni 50 e 60, come sarà contro il conformismo di sinistra filo/PCI, o addirittura filo/gruppi extraparlamentari, post sessantottino, che contagiò quasi tutti i giornali, compreso Il Corriere della Sera negli anni 70 e come fu contro il conformismo veramente da regime, come lui scrisse fin dal 94, berlusconiano negli anni 90 fino al 2001, quando morì.
Naturalmente ripubblicando questo libro mi sono riletto moltissime delle cose che lui ha scritto negli ultimi sette anni della sua vita, quando praticamente il pensiero dominante per lui era quello che tutti i democratici hanno tutt’ora, come pensiero dominante e come incubo, se volete, ovvero non tanto Berlusconi, quanto il berlusconismo. E mi sono reso conto che a fare scandalo e a rendere così insopportabile la vera storia di Montanelli e Berlusconi è un episodio: un episodio che segna l’inizio di un serial che ha visto cadere sotto la censura tutti i migliori giornalisti italiani, tutti i più bravi e i più amati giornalisti italiani e, contemporaneamente, tutti coloro che si sono occupati di satira in Italia in questi 15 anni. L’ultimo caso è quello di Vauro, ma sarebbe sbagliato prenderlo come un fungo che cresce in un luogo privo di funghi: Vauro è l’ultimo satirista che viene colpito come sono stati colpiti grandi giornalisti e grandi satiristi in quei dieci anni e tutto è cominciato esattamente l’8 gennaio del 1994, è quello il giorno in cui avviene una rottura anche in un Paese poco incline alla cultura liberale come l’Italia.
La legge Mammì e Berlusconi
Che cosa succede l’8 gennaio 1994? Succede che il Cavalier Silvio Berlusconi in procinto, ma non ancora ufficialmente - l’aveva dichiarato - di entrare in politica, di “ scendere in campo”, come avrebbe detto lui alla fine del mese, sale le scale della sede de Il Giornale in Via Gaetano Negri a Milano, raggiunge la sala dove si stava per tenere l’assemblea dei redattori e arringa i giornalisti de Il Giornale in assenza e all’insaputa di Montanelli. Antefatto: Berlusconi non aveva mai messo piede nei piani alti de Il Giornale per una ragione molto semplice: che quando ne era diventato l’azionista e poi l’editore Montanelli non gli aveva mai permesso e lui non si era mai azzardato a mescolarsi con Il Giornale, si occupava ovviamente dell’amministrazione come fanno gli editori. Nel 90 aveva poi lasciato il suo ruolo di editore, cedendo le quote al fratello Paolo, come vi ho detto, per aggirare la legge Mammì. Non è una cosa da poco aggirare la legge Mammì, perché la legge Mammì, che pure è una barzelletta per quanto riguarda i criteri antitrust, è la legge che ha consentito a Berlusconi di continuare a possedere l’intero panorama della televisione commerciale in Italia, prevedeva e prevede delle sanzioni, ovvero la perdita immediata della concessione pubblica da parte di chi la violasse: sappiamo che Berlusconi l’ha violata almeno per due profili, da un lato perché continuava a essere il reale proprietario de Il Giornale, come dimostra quello che è accaduto l’8 gennaio del 1994, quindi avrebbe dovuto perdere la concessione per le televisioni e poi perché continuò a controllare ben più del 10% di Telepiù, la pay tv che aveva messo in piedi e che poi la Mammì lo costrinse a cedere nella quota eccedente il 10% e lui, ovviamente, la aggirò passando le quote a dei suoi amici e prestanomi che spesso lui stesso aiutava a comprarle, come poi è venuto fuori dai processi e naturalmente come poi le famose authorities non hanno voluto sanzionare perché fanno sempre finta di niente. Pensate soltanto alle authorities in questi giorni che cosa non stanno facendo rispetto alla violazione palese della legge Gasparri e della legge Frattini: sono due leggi che Berlusconi ha fatto nel 2004 e sono due leggi che Berlusconi viola; non so se avete sentito l’Avvocato Ghedini l’altro giorno a Annozero dire “ beh, ma Berlusconi l’ha fatto lui il Testo Unico dei beni culturali, mica potrà violarlo!”: non so se la regola valga anche per la Gasparri e per la Frattini, fatto sta che le sta violando tutte e due. La Gasparri stabilisce che i dirigenti della RAI li nomina il Consiglio di amministrazione, però il Consiglio di amministrazione, come sapete, non si riunisce a Palazzo Grazioli, ma si riunisce non so se al settimo o all’ottavo piano di Viale Mazzini 14, mentre invece le nomine si stanno facendo a casa di Berlusconi e lui ha anche annunciato “ guardate che vi siete sbagliati, perché i nomi che ho in mente non sono quelli che avete scritto, ma sono altri” e quindi ha confermato pienamente che se ne sta occupando lui, senza averne alcun titolo. In più c’è il fatto che se ne sta occupando un signore che è anche il proprietario della concorrenza e che, naturalmente, ha tutto l’interesse a piazzare dei dirigenti inadeguati alla RAI per guadagnare in ascolti e in pubblicità su Mediaset. E di dirigenti inadeguati nominati da Berlusconi alla RAI ce ne è una lunga tradizione, come evidentemente ricordate, ma i nomi che circolano in questi giorni ci dicono che in futuro avremo dirigenti se possibile ancora più inadeguati di quelli che aveva nominato le altre volte, perché Mediaset è molto in difficoltà e c’è bisogno proprio di una RAI diretta da un gruppo di paracarri e di piante grasse, di Ficus probabilmente. Passeremo dal genere animale al genere vegetale.
Ritornando a bomba, violò la legge Mammì e la violò perché andò a parlare con una redazione che non doveva avere nulla a che fare con lui e con cui lui non doveva avere nulla a che fare: perché ci andò? Perché da mesi aveva avvertito Montanelli della propria intenzione di scendere in campo politicamente, Montanelli gli aveva sconsigliato tutto ciò, Berlusconi se ne era infischiato e aveva ragione Berlusconi, perché nelle condizioni in cui era, come disse giustamente a Montanelli e a Biagi, “ se non entro in politica vado a finire in galera e fallisco per debiti”, quindi non poteva fare altrimenti: o la galera o il governo, scelse il governo e evitò la galera e i debiti. Però Montanelli gli aveva detto che mai e poi mai Il Giornale sarebbe diventato il suo organo di partito: Berlusconi fece un discorso molto chiaro, nelle riunioni che teneva il sabato a Arcore, con tutti i direttori dei giornali e dei telegiornali delle sue reti, Montanelli non ci andava, ci andava il condirettore Federico Orlando e Berlusconi aveva detto chiaramente “ dovremo diventare un’orchestra che suona uno spartito unico: il mio” e l’unico che disse esplicitamente di no fu Montanelli (Federico Orlando, ovviamente). Trovate tutto in un libro che si intitola “ Il Sabato andavamo a Arcore”, pubblicato da Federico Orlando per l’editore Larus, oppure nel libro “ Montanelli e il Cavaliere”.
A quel punto Berlusconi decide di sostituire Montanelli, perché già sa che Montanelli, simbolo dell’Italia liberaldemocratica, conservatrice gli dirà di no e gli dirà di no sul giornale edito da suo fratello, quindi praticamente sarà una critica, quella di Montanelli, che vale il triplo rispetto a quelle che partono da sinistra, perché nessuno potrà accusare Montanelli di essere diventato di sinistra. Avere un nemico dalla propria, dalla parte dei propri elettori, moderati, conservatori etc., sarebbe stato devastante e conseguentemente Berlusconi spera di riuscire a pensionare Montanelli dandogli un ruolo di padre nobile da accantonare e da mettere in un angolo, oppure addirittura da mandare via, non pensando che Montanelli a 85 avrebbe tirato fuori le energie per fondare un nuovo giornale. Quindi aspettava l’occasione per farlo fuori e intanto gli faceva massaggiare i nervi dai suoi sgherri, dai suoi killers, che in televisione sparavano a zero contro Montanelli un giorno sì e l’altro pure: erano i soliti Sgarbi e Fede, non sono cambiati i nomi. Leggerete che cosa sono riusciti a dire Sgarbi e Fede in quei mesi: cose di cui persino loro dovrebbero vergognarsi, il che è tutto dire.
Fede chiede le dimissioni di Montanelli
Ma Montanelli i nervi non se li lascia saltare e continua a non dimettersi: aspetta che qualcuno lo faccia fuori, tenete presente che Montanelli è il giornalista più importante, più famoso, più bravo secondo me d’Europa allora e anche dopo allora, conseguentemente a Berlusconi cominciare la sua avventura politica cacciando il più grande giornalista d’Europa probabilmente creava qualche problema. Allora sperava che se ne andasse Montanelli e Montanelli non si muoveva, finché a un certo punto Emilio Fede, il servo più servile, più zelante, il giorno dell’Epifania, il 6 gennaio del 94, quando mancano ormai tre settimane alla discesa in campo di Berlusconi, si presenta al Tg4 e chiede le dimissioni di Montanelli, il quale il giorno dopo gli dedica un controcorrente: vedete la differenza di stile che c’è tra Montanelli e questi poveretti che hanno preso il suo posto al giornale, che dedicano decine e decine di pagine a Santoro etc.. Montanelli, quando doveva polemizzare, lo faceva con un controcorrente di dieci righe, cinque righe: “ Giovedì sera annuncio a sorpresa di Emilio Fede nel suo Tg4: adesso - ha detto - voglio parlarvi di informazione: c’è sempre una prima volta!”, questo è come Montanelli ha sistemato Emilio Fede il giorno dopo, mentre tutti i giornali scrivevano “ Fede contro Montanelli: c’è dietro Berlusconi, lo cacceranno” etc. etc., dieci righe. Questo è il detonatore, perché? Perché tutti i giornali - all’epoca esistevano ancora dei giornali con dei direttori che sapevano difendere la libertà di stampa - intervennero dicendo che era una vergogna quello che succedeva, un giornalista - se possiamo chiamare Fede giornalista, diciamo un iscritto all’albo dei giornalisti - che chiede la cacciata del più grande giornalista italiano al suo padrone. Per esempio, su Il Messaggero uscì un editoriale dal titolo “ Va in onda la liberaldemocrazia”, durissimo contro Berlusconi; sentite: “ dal pulpito di rete 4 è stata impartita ieri sera una lezione di intolleranza, proprio mentre infuria la polemica su quanto sia favorito, rispetto ai concorrenti, un candidato alle elezioni che possiede tre reti televisive - all’epoca se ne parlava, pensate! - l’invito di Emilio Fede a cacciare Montanelli perché troppo autonomo è il primo esempio pratico del livello di indipendenza che potrebbe crearsi all’interno dell’impero di Berlusconi”. Questo episodio moltiplica l’inquietudine, perché lascia capire quanto potrebbe essere forzatamente massiccio e compatto il sostegno al Cavaliere degli organi di informazione del suo gruppo: “guai a chi si azzardasse a uscire, anche per un attimo, dal coro, la durezza dell’intervento, preannunciato proprio perché avesse maggiore risonanza, mostra lontane tentazioni da Min. Cul. Pop. (Ministero della Cultura Popolare di Mussolini) e lascia sbigottiti. E’ auspicabile che si tratti soltanto della mossa maldestra di un giornalista bravo ma troppo zelante, convinto di fare la cosa gradita al proprio editore: certo resta da vedere se Berlusconi presterà orecchio a questi consigli, speriamo che non lo faccia e si mostri del tutto estraneo all’iniziativa, anche perché condividerla sarebbe mossa improvvida per chi si presenta come un campione della liberaldemocrazia”.
Sapete chi era questo signore che si stracciava le vesti contro Berlusconi e Emilio Fede? Paolo Bonaiuti: non è un omonimo, è proprio lo stesso che oggi fa da portavoce a Berlusconi e trovate.. è quel signore che compare soprattutto la domenica, quando va in riposo Capezzone, anche Capezzone chiude per riposo settimanale come le pizzerie, in quel caso subentra Bonaiuti. E’ quel signore che vedete vestito in modi variopinti, che fa sempre così con la testa, come quei cagnolini che stanno sul retro delle macchine degli agricoltori, vicino al cappello di paglia. Ecco, quello è Bonaiuti: all’epoca era vicedirettore de Il Messaggero, era di sinistrissima naturalmente e sparava a zero, scrivendo delle cose anche condivisibili, nel senso che anche lui ha avuto un periodo in cui ragionava con la sua testa, poveretto, poi ha smesso!
Berlusconi irrompe in redazione
Per dirvi che questo era il clima nel quale Berlusconi decide di andare in redazione a Il Giornale per smentire questa cattiva stampa che gli sta venendo addosso e non si rende conto, in realtà, che sta semplicemente alimentando proprio l’interpretazione che ha dato persino Bonaiuti, ossia che siamo di fronte a un atto sommamente illiberale. Va alla redazione de Il Giornale, io quel giorno non c’ero, ero a Torino e un collega mi fece sentire al telefono gran parte dell’intervento di Berlusconi, che pure fu abbastanza breve e comunque trovate il testo nel libro; Berlusconi disse sostanzialmente che, se la redazione voleva combattere con armi adeguate - cioè a cannonate - contro i comunisti, non sarebbero mancati i mezzi per farlo: i mezzi erano quelli che da anni i giornalisti de Il Giornale chiedevano, almeno i computers, in quanto Il Giornale era l’unico quotidiano nazionale che aveva ancora le macchine per scrivere, non aveva ancora le tecnologie e poi c’erano stipendi da fame, completamente fuori mercato. Promise tecnologie e soldi, fece capire che sarebbero arrivate le tecnologie e i soldi se si fosse voluta combattere la battaglia sua, ossia quella di un anticomunismo completamente fuori tempo massimo, nel senso che il muro di Berlino era caduto da cinque anni, si combattevano i comunisti quando non c’erano più. Se invece si voleva attardarsi dietro la cosiddetta linea del fioretto, cioè Montanelli, che era considerato ormai un rammollito, uno che combatteva i comunisti con il fioretto anziché con il manganello e con la clava, beh, allora ciccia: questo fu il discorso ricattatorio di uno che non era più l’editore de Il Giornale ai giornalisti de Il Giornale in assenza del direttore. Capite che in sostanza Berlusconi invitava la redazione a sollevarsi contro il suo fondatore e direttore, il quale, ignaro di quello che stava succedendo, stava qualche piano sotto. Questo è lo scandalo, questa è la cosa che i berlusconiani non riescono a accettare: perché? Perché se ne rendono conto anche loro che, se accettassero che le cose sono andate così - e sono andate così! - il loro campione sarebbe semplicemente un dittatorello da quattro soldi che aveva rivelato di essere un dittatorello fin da prima di scendere in campo, quindi neanche che si sia guastato work in progress. Ecco perché in questi anni, approfittando del fatto che Montanelli non c’è più, hanno cominciato un’opera di negazionismo e di revisionismo sul divorzio tra Montanelli e Berlusconi e, proprio di questo, mi sono occupato in questa prefazione, in questa nuova introduzione del libro, citando le cose incredibili che si sono lette in questi anni su Il Giornale: su quel giornale dal quale era stato cacciato Montanelli, quel giornale che hanno accettato di dirigere prima Vittorio Feltri al posto di Montanelli, poi Mario Cervi al posto di Montanelli, poi Maurizio Belpietro, fino al poveretto che avete visto anche voi due settimane fa a Annozero e che non nomino per questioni di decenza.
Tutti questi signori hanno tentato, a poco a poco, una riappropriazione indebita di Montanelli - ripeto - cacciato dal giornale che aveva fondato, nell’indifferenza di tutti costoro che, naturalmente, hanno continuato a scriverci o hanno addirittura ricominciato a scriverci come Cervi, che era passato alla Voce insieme a noi e poi è tornato indietro con il biglietto di andata e ritorno, come se quello non fosse il giornale dal quale Montanelli era stato cacciato e sul quale Montanelli è stato insultato dal 94 al 2001, persino durante la direzione di Cervi. Tant’è che Montanelli, negli ultimi giorni della sua vita, manifestò molta amarezza e un’intervista a Diario, per esempio, a Pietro Cheli disse che da Cervi certe cose non se le sarebbe aspettate.
Comunque dopo morto hanno cominciato a dire che il divorzio non era dovuto a quell’irruzione di Berlusconi e anzi, che quella di Berlusconi non fu un’irruzione, che Berlusconi entrò in redazione con il consenso di Montanelli, che in realtà Montanelli non se ne era andato per dissensi politici sulla discesa in campo di Berlusconi, per il conflitto di interessi etc., se ne era andato così per una bizza umorale, per un’alzata di testa senile, oppure perché era geloso, come ha detto Berlusconi: “ Montanelli era geloso di me e avrebbe voluto diventare come me ma non c’era mai riuscito”, pensate la piccolezza di questo ominide!
Il problema è che Montanelli ha sempre raccontato il contrario, ossia che lui non sapeva che Berlusconi stava arringando la sua redazione e che tutto ciò avvenne a sua insaputa: lo disse in una famosa telefonata a Raggio Verde il 23 marzo 2001, dieci giorno dopo che io ero stato intervistato da Luttazzi al Satyricon, c’erano anche allora polemiche sulla RAI, c’erano già preannunci di epurazioni come ce ne sono oggi e conseguentemente Feltri era venuto a Raggio Verde da Santoro a dire che Montanelli anzi, era un voltagabbana, era uno che aveva tradito il suo benefattore, perché Berlusconi sarebbe un benefattore e allora intervenne telefonicamente Montanelli per dire testualmente “ intanto voglio ringraziare Travaglio, il quale ha detto l’assoluta e pura verità, assolutamente la versione che lui ha dato degli avvenimenti è quella esatta e debbo dire che devo manifestare una certa sorpresa per quello che ha detto Feltri, il quale senza dubbio sa come andarono le cose e queste cose le ripeto in sua presenza. Feltri dice che la mia condotta verso Berlusconi era stata ambigua e gli rispondo che ho conosciuto due Berlusconi, ossia il Berlusconi imprenditore privato che comprò Il Giornale e noi fummo felici di venderglielo, perché non sapevamo come andare avanti, su questo patto: tu, Berlusconi sei proprietario de Il Giornale e io, direttore, sono il padrone del giornale, nel senso che la linea politica dipende solo da me. Questo fu il punto tra noi due e quando Berlusconi mi annunziò che si buttava in politica, capii subito quello che stava per accadere: cercai di dissuaderlo, d’accordo con Confalonieri e con Gianni Letta, neanche loro volevano che il Cavaliere entrasse in politica, ma tutto fu inutile e dal momento in cui lo decise mi disse “ da oggi Il Giornale deve fare la politica della mia politica”. Io gli dissi “ non ci pensare neanche” e allora lui riunì la redazione a mia insaputa totale, come ha raccontato Travaglio e disse “ d’ora in poi Il Giornale farà la politica della mia politica” e a quel punto me ne andai, cosa dovevo fare? Questo Feltri lo sa, ma non lo può dire perché andò a prendere il posto di Montanelli cacciato in quel modo”, cosa che poi Montanelli scrisse anche due giorni dopo su Il Corriere della Sera il 25 marzo 2001: “ riunita a mia insaputa la redazione egli la avvertì (la redazione) in parole povere che, se volevano più quattrini anche nella busta paga, non avevano che da mettersi al servizio dei suoi interessi politici, ora che aveva deciso di scendere in lizza.” La risposta della redazione furono 35 lettere di dimissioni che poi diventarono 55, infatti furono 55 gli ex giornalisti de Il Giornale che andarono a lavorare alla Voce con Montanelli. Quello è il punto chiave, quello è l’inizio di tutto, quello è l’inizio del regime: l’inizio del regime è addirittura un po’ precedente rispetto al discorso della discesa in campo e alla nascita del primo governo Berlusconi, quando comunque Montanelli immediatamente fin dal 94 - tenete presente che stiamo parlando di quindici anni fa - per primo cominciò a avvertire sui pericoli di regime che l’Italia correva. E allora concludo con alcune cose che diceva Montanelli, a proposito del berlusconismo: “ il regime si realizzerà dopo la vittoria del Polo, la prima cosa che farà Berlusconi sarà spazzare via l’attuale dirigenza RAI per omologarne le tre reti a quelle sue”, sembra scritto oggi perché ogni volta Berlusconi fa le stesse cose, il problema è che c’è qualcuno che lo scrive e che lo vede e c’è qualcuno che fa finta di niente. Oggi quelli che fanno finta di niente sono la stragrande maggioranza, proprio anche perché su Il Corriere non c’è più Montanelli a scrivere, su La Stampa non ci sono più Galante e Garrone, Bobbio, non c’è più Silos Labini, non ci sono più i grandi vecchi che queste cose le dicevano e le sentivano.
Il vaccino Berlusconi
“Questa non è la destra, questo è il manganello: gli italiani non sanno andare a destra senza finire nel manganello; era Mussolini che non sopportava la satira, ma queste parole, “ ripuliremo la stalla” al signor Gianfranco Fini chi gliele ispira? Siamo di nuovo allo stesso: la lotta contro la satira che parte da Fini, che dichiara indecente la trasmissione di Santoro e Berlusconi che gli va dietro e i vertici della RAI che eseguono. Berlusconi non delude mai: quando ti aspetti che dica una scempiaggine la dice, ha l’allergia alla verità, ha una voluttuaria e voluttuosa propensione alle menzogne, chiagne e fotte dicono a Napoli dei tipi come lui e si prepara a farlo per cinque anni”. L’abbiamo visto chiagnere in questi giorni copiosamente e intanto, a Palazzo Grazioli, fotte. “ L’Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che ho mai visto per volgarità e bassezza. Il berlusconismo è la feccia che risale il pozzo, gli italiani devono vedere chi è questo signore: Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, al Quirinale, al Vaticano, dove vuole, soltanto dopo saremo immuni!”. Qualcuno dice che il vaccino non ha funzionato: in realtà ha funzionato, tant’è che Berlusconi dal 2001 al 2006 perse tutte le elezioni, dalle regionali alle provinciali, alle comunali, alle circoscrizionali, alle europee, alle politiche del 2006, dopodiché arrivò il centrosinistra che purtroppo è l’antidoto al vaccino, per cui ogni volta il centrosinistra, per cui ogni volta il centrosinistra neutralizza il vaccino e ci ripropina la malattia, nella quale oggi siamo di nuovo pienamente immersi.
“ Spero - diceva Montanelli - che l’Europa tratti Berlusconi con l’indignazione e il disprezzo che merita”: l’altro giorno l’ha detto Antonio Tabucchi, “ bisogna rivolgersi all’Europa, assediare l’Europa perché faccia con l’Italia quello che sta facendo con i Paesi dell’ex blocco sovietico che sono entrati”. Voi sapete che c’è l’Ocse che li sta educando sui principi della liberaldemocrazia, sui principi della divisione dei poteri e dobbiamo pretendere che l’Europa metta sotto osservazione l’Italia, se non c’è più nessuno che sia in grado di dirlo con le sue parole può prendere quelle di Montanelli e utilizzarle, nessuno gli chiederà il copyright, passate parola!